Cosa fare per rimontare/5
Renzi deve demolire l’usato sicuro, puntare sui soldi e dimenticarsi di X-Factor
Dare consigli a Matteo Renzi nel giorno del confronto televisivo è piuttosto complicato. Intanto perché lui ha già una sua idea di come affrontarlo e in termini di comunicazione ha dimostrato di essere il numero uno, poi perché si finisce inevitabilmente per dare vantaggi all’avversario: lo staff di Bersani leggendo queste righe preparerà contromisure e allora ammetto che qua e là ci saranno elementi di pretattica. Detto questo, non si va a Raiuno davanti alla serissima Monica Maggioni come ci si è presentati nello studio di XFactor, dove oggettivamente Matteo ha vinto per distacco perché nuotava nel suo elemento. di Mario Adinolfi Leggi gli interventi di Pietrangelo Buttafuoco - Maurizio Crippa - Sofia Ventura - Antonio Funiciello
13 AGO 20

Pubblichiamo il quinto di una serie di interventi sul tema "Renzi, cosa fare per rimontare". Altri seguiranno nel corso della giornata
Dare consigli a Matteo Renzi nel giorno del confronto televisivo è piuttosto complicato. Intanto perché lui ha già una sua idea di come affrontarlo e in termini di comunicazione ha dimostrato di essere il numero uno, poi perché si finisce inevitabilmente per dare vantaggi all’avversario: lo staff di Bersani leggendo queste righe preparerà contromisure e allora ammetto che qua e là ci saranno elementi di pretattica. Detto questo, non si va a Raiuno davanti alla serissima Monica Maggioni come ci si è presentati nello studio di XFactor, dove oggettivamente Matteo ha vinto per distacco perché nuotava nel suo elemento. A RaiUno si va non per convincere gli italiani di essere il migliore (Matteo senza dubbio lo è), ma per rassicurare sul fatto che si è autorevoli, capaci di essere il presidente del Consiglio di un tempo tremendo, difficile, plumbeo quasi si fosse in guerra. Bisogna dimostrare di essere dei comandanti pronti all’azione salvifica. Allora, non sono certo un arbiter elegantiarum, ma via le sgarrulate tipo la cravatta viola, via quella sensazione di una giacca messa per la prima volta e infagottante, via l’approccio simpatico. Oggi Matteo deve battere Bersani sul territorio dell’autorevolezza. E ha tutto per riuscire nel compito, sapendo che se perderà sarà solo per colpa delle folli regole che limiteranno domenica la partecipazione. Se il ballottaggio fosse aperto a tutti, Bersani non avrebbe scampo e lo sa. Ci si rivolge dunque a una platea “chiusa”, bisogna convincere tre milioni di elettori di sinistra che la sinistra innovativa di Renzi è più utile al governo della sinistra ribollita di Bersani. Il segreto sarà marcare la differenza. Essì che ce n’è tanta, di differenza. Tre temi saranno decisivi: le tasse, le riforme, i costi della politica. Su questi tre temi Renzi esprime posizioni molto più avanzate rispetto a Bersani, soluzioni più efficaci, altro che “usato sicuro”.
L’usato sicuro va demolito perché ci ha portato sul ciglio del burrone. Bersani ha già fatto tutto, Matteo dovrà dirlo: il presidente di una regione chiave, il ministro di settori chiave dell’economia, il segretario del partito chiave del sistema, il parlamentare per tre mandati: che bilancio porta a casa? Chi ha già fatto tutto e vede l’Italia annaspare, che credibilità ha quando dice che è capace di salvarla? Su questo tappeto Renzi può sistemare poi il suo discorso sulla differenza, marcarla, renderla autorevolmente evidentissima: Bersani è tutto un parlare di patrimoniale e conseguente aumento della pressione fiscale sui ceti medio-alti; Renzi no, Renzi sostiene che la pressione fiscale è ormai a livelli insostenibili e le risorse si vanno a prendere tagliando la spesa pubblica improduttiva e rimodulando tutte le uscite, si spende bene, non più a pioggia. Sulle riforme bisognerà mettere pressione a Bersani, che deve pagare pegno alla Cgil finanche sulla riforma delle pensioni dove nel gruppo parlamentare del Pd tutto schierato con il segretario prevalgono e vengono assecondati istinti controriformisti e si propone il ritorno al sistema delle quote. Renzi deve marcare la differenza: nessuna controriforma, perché lui è il leader dei 29 milioni di italiani nati dopo il 1970 a cui ogni madre e ogni padre, ogni nonna e ogni nonno vuol garantire uno straccio di futuro senza gravare ulteriormente di debiti le gracilissime spalle delle nuove generazioni. E’ la vecchia sinistra che mandava allegramente la gente in pensione a 40 anni ad aver prodotto lo sfascio dei 2000 miliardi di debito pubblico.
La vecchia sinistra nella cornice di una classe dirigente complessiva che ha dilapidato denari per se stessa anche in questo decennio di crisi: il Pd ha ricevuto nell’ultima legislatura 170 milioni di euro di finanziamento pubblico, Renzi ne propone l’azzeramento e questa proposta è rafforzata dalla capacità che ha avuto il sindaco di raccogliere denari. Il futuro dei partiti è nel fund raising, non nella rapina alle casse dello Stato con relativi vitalizi di cui anche Bersani gode. Se ci sarà il tempo, poi, occorrerà mettere in crisi Bersani su una parola: meritocrazia. Bersani non ci crede, infila sempre al suo fianco una serie di subordinate relative alla “solidarietà” e sul tema Matteo dovrà portarlo allo scoperto, sperando che la Maggioni non tenga il faccia a faccia in uno schema troppo ingessato. Il resto lo farà la simpatia di Renzi, da tenere a freno in nome dell’autorevolezza ma assolutamente non da annullare, perché si contrapporrà all’oggettivo grigiore dell’eloquio bersaniano. Poi ci sono un paio di colpi da ko da assestare, ma quelli a Matteo glieli dico a voce.
di Mario Adinolfi (deputato del Pd)
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